La
gatta Cenerentola
PROGRAMMA
DI SALA
“La
gatta Cenerentola” è il capolavoro di De Simone: colta,
popolare, ironica, con le tamurriate e le tarantelle, le scenografie
barocche e visionarie ispirate al Palazzo dello Spagnolo di Napoli,
gli uomini sotto gli abiti della Matrigna e delle Sorellastre,
il coro delle lavandaie che si trasforma in un rito di possessione
e il ballo che dura tre notti. Perfetto oggi come al suo debutto
al Festival di Spoleto del 1976, un evento teatrale che ha conservato
intatto il suo valore nel tempo.
“La
gatta Cenerentola” è il titolo della sesta favola de "
Lo cunto de li cunti ", noto anche come il "Pentamerone",
di Giovan Battista Basile (Napoli 1575-1632). Si tratta della
prima versione scritta della celebre fiaba a cui attinsero Perrault
e gli altri favolisti. Alla storia della ragazza povera De Simone
accompagna le immagina della sua Napoli e così la fiaba
si popola di lavandaie e zingare, di femminelli e monacelli, di
soldati turchi e francesi. Ma grazie a una lingua fatta anche
di voci e suoni, di gesti e sentimenti, “La gatta Cenerentola”
è una forma di racconto totale, che non può essere
solo letto, ma va anche visto e ascoltato.
"Quando
cominciai a pensare alla gatta Cenerentola pensai spontaneamente
ad un melodramma: un melodramma nuovo e antico nello stesso tempo
come nuove e antiche sono le favole nel momento in cui si raccontano.
Un melodramma come favola dove si canta per parlare e si parla
per cantare o come favola di un melodramma dove tutti capiscono
anche ciò che non si capisce solo a parole. E allora quali
parole da rivestire di suoni o suoni da rivestire di parole magari
senza parole? Quelle di un modo di parlare diverso da quello usato
per vendere carne in scatola e perciò quelle di un mondo
diverso dove tutte le lingue sono una una e le parole e le frasi
sono le esperienze di una storia di paure, di amore e di odio,
di violenze fatte e subite allo stesso modo da tutti. Quelle di
un altro modo di parlare, non con la grammatica e il vocabolario,
ma con gli oggetti del lavoro di tutti i giorni, con i gesti ripetuti
dalle stesse persone per mille anni così come nascere,
fare l'amore, morire, nel senso di una gioia, di una paura, di
una maledizione, di una fatica o di un gioco come il sole e la
luna fanno, hanno fatto e faranno". (Roberto De Simone)