Marat
Sade
Il
testo originale
Dopo la magia amorosa e le rêveries fiabesche del “Sogno
di una notte di mezza estate” di Shakespeare (2003), gli
studenti e docenti del LAC sono tornati al teatro “epico”
dell’ “Opera da tre soldi” brechtiana (2002)
con il Marat/Sade (tito
lo
completo: La persecuzione e l'assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentati
dai filodrammatici di Charenton, sotto la guida del Marchese di
Sade), del commediografo tedesco Peter
Weiss (4 versioni dal 1964) ripreso in un noto film di Peter
Brook (1966). Un’icona del teatro moderno che coniuga,
in due lunghi atti, il teatro “epico” di Brecht e
quello “della crudeltà” di Artaud: danza, pantomima,
realtà e finzione, retorica rivoluzionaria e visionarietà
surreale, politica e eros. All’origine dell’opera
l’uso, storicamente accertato, delle recite che il Marchese
De Sade, anche lui rinchiuso nella gabbia dei pazzi di Charenton,
organizzava col consenso del direttore fra il 1803 e il 1814 a
scopi terapeutici. Ma dalla situazione di partenza -la messinscena
dell’assassinio di Marat da parte di Charlotte Corday, dopo
due primi inutili tentativi- Weiss costruisce una riflessione
sulla storia e sui meccanismi sociali che va ben oltre l’occasione
e mescola i due piani del presente “napoleonico” all’interno
dell’Asilo con il passato rivoluzionario interno alla rappresentazione,
in una straniante contaminazione di tempi e di registri e in un
ambiguo sdoppiamento di punti di vista per cui, come in un gioco
di specchi, i malati, oltre che se stessi, diventano “personaggi”
e popolo in tumulto di cui lo spettatore si chiede se vivano il
loro dramma o recitino un copione o improvvisino, nella tradizione
del “teatro nel teatro”. Allo stesso modo il pubblico
in sala si vede riflesso nel piccolo pubblico in scena del direttore
e della sua famiglia, con gli infermieri e le suore, ora trovandosi
coinvolto nel clima cruento della Rivoluzione per le strade di
Parigi, ora ricondotto all’ospizio di Charenton il cui direttore,
de Coulmier, cerca di mantenere l’ordine e la moderazione.
La
versione del TeatrOLaboratorio LAC
Il testo di Weiss è stato, per l’occasione, liberamente
e molto efficacemente ridotto e adattato (sinossi)
per alleggerirlo mitigarne le oltranze erotiche.
Dai 9 mesi di lavoro sull’opera è nato uno spettacolo
intelligente, ironico e nel contempo emozionante, un atto unico
pieno di ritmo, di energia, un rito, uno psicodramma in cui tutti
hanno l’aria di vivere quella catarsi collettiva che Weiss
auspicava. Soprattutto un’intelligente provocazione di impressionante
attualità, suggestiva nelle scene di gruppo come negli
“a solo” filosofici dei protagonisti, tra cui spiccano
- portatori di due opposte visioni del mondo e dell’uomo-
l’ascetico Marat (eroe o pazzo? in ogni caso il radicale
rivoluzionario che predica il bene ma da raggiungere con la violenza)
e il pessimista marchese de Sade (pazzo o saggio? L’intellettuale
scettico, predicatore amaro del Male). Ma non si devono dimenticare
Coulmier, il direttore del manicomio di Charenton, l’ex
prete Roux, leader non pentito degli Arrabbiati, la sonnambula
Charlotte Corday da Caen, alcuni folli (o solo “ribelli”
all’ordine?) di inarrivabile saggezza, la dolce compagna
di Marat, Simonne.
I giovani attori (alcuni al loro terzo impegno) si dimostrano
capaci di modulazioni interpretative, dal lirico al grottesco,
dalla declamazione al canto, sempre più mature e, in alcuni
casi, di una eccellente presenza scenica.
9
mesi di lavoro corale
Il Marat/Sade nasce da mesi di appassionato impegno
comune che ha visto allievi e maestri, collaboratori tutti,
scambiarsi le parti, passare dalla recitazione all’ideazione
e realizzazione delle scenografie, alla scelta e composizione
delle musiche e delle coreografie.
Un lavoro di ricerca, di contaminazione di tempi, luoghi, linguaggi,
tutto assolutamente “made in Cottini”, dagli oggetti
di scena, ai costumi, alle musiche alle musiche: un work in progress
di imprevedibile esito che ha saputo valorizzare e sviluppare
i contributi di tutti, dentro e fuori la “cage aux folles”.
Ogni tessera del mosaico costruita pazientemente è andata
a ricomporre, al momento della prima rappresentazione, il puzzle
perfetto che ha lasciato increduli per primi i protagonisti di
questa alchimia, impreparati ad una visione d’insieme di
tanta tensione e unità.
E questa condivisione di entusiasmi e fatiche, in un progetto
collettivo che non lascia spazio ai protagonismi, si avverte nel
corso dello spettacolo che, senza la minima caduta di tensione,
“viaggia” vertiginosamente verso l’epilogo sfrenato
e caotico dell’apoteosi finale, alternando presente imperiale
(1808) e passato rivoluzionario, grand-guignol e cabaret, neoclassicismo
e pulp, blasfemia e liturgia (quanto suggestiva l’immagine
di Duperret, spasimante dell’assassina, crocifisso!), demenza
e intelligenza. Il pubblico si diverte, cerca le fonti delle citazioni
iconografiche nelle ingegnose eppure tecnicamente semplici scenografie-
prima fra tutti l’icona di Marat assassinato di Jacques-Louis
David con la famosa vasca in cui l’Amico del Popolo alleviava
il fastidio di un eczema che oggi diremmo di natura psicosomatica
- ma anche certo Greenaway, Caravaggio, i manieristi, solo per
fare qualche esempio. Ma soprattutto il pubblico si lascia coinvolgere
nell’azione che vede confrontarsi l’eroico e appassionato
Marat della rappresentazione col nihilista e scettico “Divin
Marchese”, “regista” dello spettacolo di Charenton,
ed è obbligato a pensare e giudicare, a intervenire nel
dibattito riformismo-rivoluzione, a interrogarsi sul rapporto
politica-violenza-ragione, tra “fede” nei valori laici
e autoritarismo clericale sempre incombente. Un coinvolgimento
che sicuramente interessa anche i giovani attori, e di questi
oscuri tempi di ottundimento televisivo, non è merito di
poco conto. La fiducia ante litteram nella teatroterapia del liberale
direttore dell’ospizio di Charenton non era infondata.
Grazie, senza riserve, al teatrolaboratorio del Cottini! E, naturalmente,
grazie alla penna acuta di Weiss:
“Coi nostri attori mostratevi clementi / sono
in quest’arte ai primi esperimenti / se lo spettacolo non
sarà di prima qualità / compatite almeno la buona
volontà...”
“Assai diversi sono i tempi nostri I senza oppressori
e giorni foschi / la strada del benessere è imboccata /
abbiamo pane e marmellata...”